Lasciar parlare, valutare le affermazioni
Tolleranza, diritto di parola e credibilità
Di fronte a una tesi pronunciata con sicurezza, spesso il pubblico tace per cortesia o per timore di apparire autoritario. Succede in riunione, in televisione e online, soprattutto quando si affrontano temi che richiedono competenze specifiche, come la salute, il clima o la politica internazionale. Il silenzio viene facilmente letto come assenso e l’alternanza di due interlocutori come prova di equilibrio. In entrambi i casi, la forma della conversazione suggerisce un giudizio sulle affermazioni che il loro contenuto non ha ancora giustificato.
Il diritto di parola tutela la possibilità di partecipare alla discussione e limita il potere di impedire o punire un intervento. La credibilità riguarda la fiducia accordata a una specifica affermazione, sulla base delle prove disponibili, delle competenze pertinenti e dell’affidabilità di chi la formula. Mentre il diritto di parola va garantito senza discriminazioni, le affermazioni restano soggette a valutazione. L’obiezione argomentata fa parte della discussione libera; a chi ascolta spetta decidere se assumere una tesi come base per un giudizio o una decisione.
Anche il concetto di tolleranza presuppone una valutazione. Nella ricostruzione di Rainer Forst la tolleranza comprende tre componenti: l’obiezione verso una convinzione ritenuta sbagliata, le ragioni che giustificano l’accettazione della sua presenza e le ragioni di rifiuto che ne fissano il limite (Forst, 2013). Il dissenso è costitutivo della tolleranza: quando viene meno l’obiezione, essa rischia di confondersi con l’indifferenza. John Locke sosteneva che la coercizione potesse imporre una professione esteriore senza produrre una convinzione interiore; Voltaire, intervenendo sul caso Calas, denunciò la persecuzione di un uomo per la sua fede, pur giudicando false molte dottrine religiose (Locke, 1689/1994; Voltaire, 1763/2006). Pur partendo da argomenti diversi, Locke e Voltaire distinguono il giudizio su una credenza dalla decisione di punire chi la professa. La tutela della persona, dunque, lascia spazio all’esame delle sue affermazioni.
Il rischio emerge con particolare chiarezza nelle decisioni su cure, politiche pubbliche o rischi ambientali, dove l’affidamento riposto nelle affermazioni orienta condotte con conseguenze condivise. Garantire a tutti la possibilità di intervenire tutela l’eguaglianza civile; attribuire lo stesso peso a ogni tesi nasconde invece quanto le prove e le competenze possano differire. Quando i criteri restano impliciti, chi ascolta può affidarsi a segnali immediati, come notorietà, sicurezza retorica e appartenenza, che rischiano di sostituire l’esame delle prove e delle ragioni. Il costo di questa sostituzione può ricadere su chi deve decidere, spesso senza strumenti adeguati.
Il libero mercato delle idee ha bisogno di condizioni
Nel suo On Liberty, John Stuart Mill difendeva la discussione pure delle opinioni false, convinto che il loro confronto potesse far emergere errori e impedire che convinzioni condivise si riducessero a formule ripetute senza comprenderne le ragioni. La formula del «libero mercato delle idee» viene spesso accostata a Mill, benché la metafora compaia in una formulazione giuridica del giudice Oliver Wendell Holmes. Nel dissenso in Abrams v. United States (1919), Holmes parlò di «libero scambio delle idee» e paragonò la ricerca della verità alla competizione del mercato. Mill argomenta a favore del confronto; Holmes associa a quell’argomento un’immagine divenuta influente nel dibattito sulla libertà di parola. La metafora esprime una speranza, non un esito garantito, perché la semplice circolazione delle opinioni non assicura che prevalgano quelle meglio sostenute (Mill, 1859/2000; Abrams v. United States, 1919).
Le condizioni concrete della comunicazione incidono su ciò che viene ascoltato. Sui social, la novità di una notizia e le reazioni che suscita possono contribuire alla sua diffusione. Analizzando circa 126.000 notizie, classificate come vere o false sulla base delle valutazioni di sei organizzazioni di fact-checking e circolate su Twitter dal 2006 al 2017, Vosoughi, Roy e Aral (2018) hanno rilevato che quelle false raggiungevano più persone e si diffondevano più rapidamente di quelle vere. Il risultato riguarda un corpus e una piattaforma specifici; in quel contesto, la maggiore diffusione non corrispondeva a maggiore affidabilità.
Un problema affine emerge quando il giornalismo traduce l’imparzialità in un’equivalenza di spazio. Esaminando quattro quotidiani statunitensi di rilievo e la loro attenzione al cambiamento climatico fra il 1988 e il 2002, Maxwell T. Boykoff e Jules M. Boykoff (2004) hanno mostrato che la norma del bilanciamento poteva attribuire un peso simile a posizioni sostenute da evidenze molto diverse. Questa pratica poteva restituire al pubblico un quadro distorto dell’entità del dissenso scientifico. Dare ascolto alle parti in causa resta pertanto essenziale e occorre rappresentare con precisione il peso delle prove.
Il confronto ha bisogno di condizioni che rendano possibile la correzione. Chi ascolta deve poter risalire alle fonti e chi interviene deve poter rispondere alle obiezioni; le rettifiche devono restare visibili. Se le posizioni vengono accostate senza indicare metodi, prove e oneri argomentativi, la presenza di un contraddittorio può lasciare il pubblico senza strumenti per distinguere un dissenso informato da una tesi priva di sostegno. La libertà apre lo spazio comune, la qualità delle procedure ne orienta l’uso.
Responsabilità epistemica: che cosa autorizza un’affermazione?
La responsabilità di chi parla riguarda anche il modo in cui presenta una tesi. Harry Frankfurt distingue la menzogna da una forma di discorso che chiama bullshit: chi mente conosce la verità e tenta di nasconderla; chi ricorre al bullshit parla senza curarsi che ciò che dice sia vero (Frankfurt, 1986/2005). La distinzione descrive un atteggiamento e lascia aperta la possibilità dell’errore in buona fede. Un errore riconosciuto e corretto appartiene a una dinamica diversa dalla ripetizione di tutte quelle affermazioni sottratte a ogni verifica. Quando l’attenzione prevale sull’accuratezza, può diventare più difficile distinguere l’errore dalla noncuranza verso il vero. In filosofia si discute quale norma governi l’asserzione.
Timothy Williamson sostiene che si dovrebbe affermare ciò che si sa; Jennifer Lackey contesta che la conoscenza sia sempre necessaria e sostiene che si possa asserire una proposizione quando è ragionevole crederla e la si afferma, almeno in parte, per questa ragione (Williamson, 2000; Lackey, 2007). La discussione teorica resta aperta. Nella pratica, parlare con responsabilità richiede di commisurare la sicurezza alle prove, dichiarare quando si riferisce una notizia di seconda mano e accettare di rivedere la propria posizione. Chi presenta un’ipotesi come fatto rischia di trasferire agli ascoltatori un grado di certezza che le prove non giustificano.
La distinzione proposta qui richiede due controlli simultanei: evitare che il pregiudizio sottragga ascolto a chi porta una testimonianza rilevante; impedire che notorietà o sicurezza retorica vengano scambiate per competenza. Le credenziali possono indicare una formazione professionale, ma occorre verificare se quella formazione è pertinente alla domanda e se le ragioni offerte sono accessibili al controllo. Il giudizio sulla credibilità acquista legittimità solo quando espone i propri criteri e può essere corretto da nuove informazioni.
Ingiustizia epistemica: valutare la credibilità senza pregiudizi
Ogni giudizio di credibilità può essere deformato da pregiudizi. Miranda Fricker definisce ingiustizia testimoniale quei casi in cui a una persona viene attribuita meno credibilità di quanta ne meriti a causa di stereotipi legati alla sua identità sociale (Fricker, 2007). La valutazione delle affermazioni deve considerare chi viene ascoltato, quali esperienze vengono trascurate e quali segnali di autorevolezza accettiamo senza verifica. Titoli e notorietà possono offrire informazioni, ma non bastano a stabilire la competenza: conta il rapporto fra competenza e tema, insieme alla qualità delle ragioni. L’esperienza diretta può essere decisiva per testimoniare un fatto vissuto, senza automaticamente conferire competenza su ogni questione collegata. Per chi non è specialista verificare una dimostrazione scientifica può essere difficile. Elizabeth Anderson sostiene che i cittadini possono compiere valutazioni di secondo livello sulla testimonianza degli esperti: chiedersi se chi parla sia in condizione di conoscere il tema, se comunichi con onestà e se risponda a prove e obiezioni pertinenti (Anderson, 2011). Questi indizi, se valutati insieme, aiutano a esaminare come si forma un consenso, se esistono controlli fra pari e se le critiche ricevono risposta. Se la competenza resta circoscritta al proprio campo, l’autorevolezza guadagnata in un ambito non si trasferisce senza ragioni a un altro. Anche senza poter controllare direttamente ogni dato, il lettore può chiedere da dove provenga una cifra, se la fonte lavori nel campo pertinente, se altre comunità di ricerca abbiano esaminato il risultato e come siano state affrontate le critiche.
Quando una tesi coincide con ciò che già pensiamo, può essere utile chiederci se stiamo esaminando anche le prove che la mettono in dubbio.
La responsabilità epistemica è condivisa
La responsabilità epistemica, nella riflessione di Lorraine Code, riguarda le abitudini con cui cerchiamo, comunichiamo e valutiamo la conoscenza (Code, 1987). Nella vita quotidiana questo significa distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo, controllare la fonte prima di condividere una notizia e correggere apertamente gli errori. Significa anche chiedere ragioni senza umiliare chi parla e ascoltare le obiezioni senza scambiarle per un attacco personale.
Queste pratiche dipendono in parte anche dalle istituzioni, perché redazioni, università e piattaforme concorrono a stabilire quali informazioni raggiungono il pubblico e secondo quali criteri. Il giornalismo può spiegare come valuta le prove; gli esperti possono rendere visibili limiti, conflitti d’interesse e correzioni; le piattaforme possono chiarire come ordinano i contenuti e facilitare il ritorno alle fonti. Ogni soggetto dovrebbe poter rendere conto delle proprie scelte e accettare che possano venire contestate. Se un sistema di ordinamento dei contenuti che premia la popolarità o la rapidità viene presentato come neutrale, resta invisibile il modo in cui questo orienta la fiducia del pubblico. Una maggiore trasparenza consentirebbe di capire chi ha selezionato che cosa e con quale logica; la fondatezza dei contenuti richiede comunque un esame delle prove. Criteri espliciti e rivedibili riducono il rischio che la credibilità dipenda soprattutto dalla visibilità o dal potere.
Il giudizio di chi ascolta può risentire di convinzioni pregresse. In un esperimento sulla pena capitale, Lord, Ross e Lepper (1979) sottoposero a sostenitori e oppositori i resoconti, preparati appositamente, di due studi con risultati opposti. Entrambi i gruppi giudicarono più persuasive le prove coerenti con la propria posizione; dopo averle esaminate, le valutazioni si polarizzarono. Il risultato riguardava un tema e condizioni sperimentali specifiche, ma suggerisce tuttavia una domanda pratica: come valutiamo le prove che confermano ciò che già pensiamo? La responsabilità individuale si esercita in gesti ordinari come fermarsi prima di rilanciare una notizia, motivare un’affermazione, ammettere un errore. La responsabilità collettiva dipende anche dagli spazi pubblici in cui le prove sono esaminabili, richiede che il dissenso riceva risposta e che le eventuali correzioni restino visibili. Ogni volta che decidiamo chi ascoltare, che cosa condividere e quale prova ritenere sufficiente, contribuiamo a distribuire credibilità e influenza.
Resta però una domanda scomoda: la disponibilità a tollerare ogni voce può finire per attribuire visibilità e peso anche a contenuti che il pubblico fatica a valutare? Per Forst, la componente del rifiuto individua le ragioni che segnano il limite della tolleranza. Su un piano empirico, gli studi di Boykoff e Boykoff e di Vosoughi e colleghi esaminano, rispettivamente, il bilanciamento nella copertura del cambiamento climatico e la diffusione online di notizie vere e false (Forst, 2013; Boykoff & Boykoff, 2004; Vosoughi et al., 2018). Questi casi aiutano a interrogare gli effetti della visibilità e della circolazione; la questione del limite normativo della tolleranza richiede un’argomentazione ulteriore.
Resta dunque da discutere come proteggere la partecipazione e rendere riconoscibile il peso delle prove attraverso criteri trasparenti e rivedibili.
Riferimenti bibliografici
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- Lord, C. G., Ross, L., & Lepper, M. R. (1979). Biased assimilation and attitude polarization: The effects of prior theories on subsequently considered evidence. Journal of Personality and Social Psychology, 37(11), 2098–2109. https://doi.org/10.1037/0022-3514.37.11.2098
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- Williamson, T. (2000). Knowledge and its limits. Oxford University Press.



