Accedi

Registrati

LEONARDO DA VINCI – L’Allievo della Natura e della Perseveranza

Scopri come Leonardo da Vinci, grazie alla perseveranza, alla curiosità e a una forza interiore unica, è diventato un genio del Rinascimento. Dall’infanzia a Vinci alle sfide artistiche e scientifiche, esplora le lezioni di vita di un maestro che ha rivoluzionato arte, scienza e innovazione. Impara come trovare la tua vocazione e trasformare i fallimenti in opportunità, ispirandoti al percorso straordinario di Leonardo da Vinci.
Leonardo-da-Vinci

Leonardo da Vinci: introspezione e perseveranza, le chiavi del successo

Verso la fine dell’aprile del 1519, l’artista Leonardo da Vinci, dopo mesi di malattia, sentiva che la morte gli era ormai vicina. Negli ultimi due anni, Leonardo aveva vissuto al castello di Cloux in Francia come ospite personale del re, Francesco I. Il sovrano lo aveva ricoperto di oro e di onori poiché lo considerava l’incarnazione del Rinascimento italiano, che tanto aveva voluto importare nel suo Paese. Leonardo gli era stato di grande aiuto, dispensando consigli su importanti questioni di ogni tipo. Ma, all’età di sessantasette anni, la sua vita si avvicinava alla fine e i suoi pensieri si diressero in altra direzione. Redasse il testamento, ricevette la comunione in chiesa e poi tornò a letto, in attesa di morire.
Molti amici, tra cui il re, gli fecero visita. Tutti notarono che Leonardo era particolarmente pensoso. Di solito non gli piaceva parlare di sé ma, mentre se ne stava lì disteso, aveva preso a raccontare ricordi d’infanzia e gioventù, soffermandosi sullo strano e incredibile corso della sua vita.
Leonardo aveva sempre creduto nel destino e per anni era stato tormentato da una domanda: esiste forse una qualche forza interiore che spinge ogni essere vivente a crescere e trasformarsi? Se una forza del genere esisteva in natura, allora avrebbe voluto scoprirla e per farlo ne cercò traccia in ogni cosa esaminasse. Era un’ossessione. Nelle ultime ore di vita, lasciato ormai solo dagli amici, Leonardo si sarà sicuramente posto quella domanda a proposito della sua vita, cercando tracce della forza o destino che aveva determinato la sua crescita e lo aveva guidato fino a quel momento.

La base della genialità: come scoprire e seguire la propria Vocazione

Leonardo avrebbe iniziato la sua ricerca ripensando all’infanzia nel paese di Vinci, a una trentina di chilometri da Firenze. Suo padre, Ser Piero da Vinci, era un notaio e membro fedele della borghesia ma a Leonardo, che era nato fuori dal vincolo matrimoniale, furono negati sia l’accesso all’università sia la possibilità di praticare una delle professioni più stimate. La sua istruzione fu quindi minima e fu spesso lasciato da solo. Adorava passeggiare per gli oliveti nei dintorni di Vinci o seguire un certo sentiero che lo portava in un paesaggio completamente diverso: boschi impenetrabili abitati dai cinghiali, con cascate che si riversavano su rapidi ruscelli, cigni che fluttuavano negli stagni, strani fiori selvatici che spuntavano dalle pareti delle rupi. L’enorme varietà di vita in quei boschi lo incantava.
Un giorno, sgattaiolò nell’ufficio del padre e prese dei fogli di carta, una rarità ai tempi ma siccome il padre era un notaio ne aveva in grande quantità. Li portò con sé durante una delle sue camminate nel bosco e, sedutosi su una roccia, si mise ad abbozzare ciò che vedeva attorno a sé. Vi tornava ogni giorno per continuare il lavoro; quando c’era cattivo tempo, si riparava in qualche anfratto e continuava i suoi schizzi. Non aveva insegnanti né dipinti da prendere ad esempio; faceva tutto a occhio, con la natura come unico modello. Si accorse che disegnando doveva osservare le cose con molta più attenzione e ne coglieva così i dettagli che le rendevano interessanti.

Scoperta del Sé e dialoghi interiori

Un giorno disegnò un iris bianco e osservandolo attentamente fu colpito dalla sua forma particolare. L’iris era nato da un seme e aveva poi attraversato varie fasi di crescita, che Leonardo negli anni aveva disegnato. Cos’era che faceva sviluppare quella pianta fino a farla culminare in quell’esemplare magnifico, così diverso da tutti gli altri? Forse possedeva una forza interiore che la spingeva a compiere ogni trasformazione. Leonardo avrebbe rimuginato per anni sulla metamorfosi dei fiori.
Solo sul letto di morte, Leonardo avrebbe poi ripensato ai suoi primi anni come apprendista nello studio dell’artista fiorentino Andrea del Verrocchio. Era entrato lì a quattordici anni grazie alla qualità eccezionale dei suoi disegni. Verrocchio istruiva gli apprendisti in tutte le scienze necessarie per produrre un’opera d’arte: ingegneria, meccanica, chimica e metallurgia. Leonardo era impaziente di imparare tutte quelle tecniche, ma presto scoprì in se stesso qualcosa di nuovo: non riusciva semplicemente a portare a termine un incarico ricevuto, ma doveva renderlo suo, inventare piuttosto che imitare il Maestro.

La base della genialità: un mix di imitazione ed innovazione

Una volta gli fu chiesto di dipingere un angelo, parte di una scena biblica più grande ideata da Verrocchio. Leonardo aveva deciso che avrebbe realizzato la porzione di quadro assegnatagli alla sua maniera. In primo piano, davanti all’angelo, dipinse un prato ma, invece di rappresentare delle piante generiche, riprodusse la grande varietà di fiori che aveva studiato in dettaglio da bambino, con un rigore scientifico mai visto prima di allora. Per il viso dell’angelo, sperimentò con i pigmenti e ottenne una miscela capace di donargli uno splendore delicato, che esprimeva al meglio la natura nobile della creatura. (Per riuscire a catturare quell’animo nobile, Leonardo aveva passato ore in chiesa a osservare i credenti in preghiera e prese a modello per l’angelo l’espressione di un giovane fedele). Infine, decise che sarebbe stato il primo artista a ricreare delle ali realistiche.
A questo scopo, Leonardo comprò diversi uccelli al mercato locale. Passò ore intere ad abbozzarne le ali, per capire come si integrassero con il resto del corpo. Voleva dare la sensazione che le ali fossero davvero spuntate dalle spalle dell’angelo e che lo potessero far volare. Come sempre, però, Leonardo non si fermò lì. Una volta completata l’opera, non riuscì a smettere di pensare a quegli animali e iniziò a covare un’idea: se avesse compreso la dinamica del volo, forse anche l’uomo avrebbe potuto volare. Per ore ogni settimana, lesse e studiò tutto ciò che riguardava i volatili. Era così che la sua mente funzionava: un’idea portava all’altra.

La chiave del successo: costruire le occasioni per la propria fortuna

Leonardo avrebbe poi sicuramente ripensato al momento più brutto della sua vita: l’anno 1481. Il Papa aveva chiesto a Lorenzo de’ Medici di suggerirgli i migliori artisti di Firenze per decorare una cappella che aveva appena fatto costruire, la Cappella Sistina. Lorenzo obbedì e mandò a Roma i migliori pittori fiorentini, escluso Leonardo. I due non erano mai andati d’accordo. Lorenzo era un tipo erudito, imbevuto di classici. Leonardo non sapeva leggere il latino e i classici li conosceva a malapena. La sua natura era più scientifica. Ma all’origine dell’amarezza di Leonardo per quell’insulto c’era qualcos’altro: non sopportava lo stato di dipendenza a cui l’artista doveva sottomettersi per ottenere il favore reale e vivere così di commissione in commissione. Si era stancato di Firenze e delle politiche di corte che vi regnavano.
Prese quindi una decisione che avrebbe cambiato il corso della sua vita: si sarebbe trasferito a Milano e avrebbe trovato un modo nuovo per guadagnarsi da vivere. Sarebbe diventato più di un semplice artista. Si sarebbe dedicato a tutte le arti e le scienze che lo interessavano: architettura, ingegneria militare, idraulica, anatomia e scultura. Per un buon stipendio, avrebbe servito principi e patroni come consigliere generale e artista. Aveva capito che la sua mente lavorava al meglio quando era impegnata in molti progetti perché ciò gli permetteva di scoprire un’infinità di legami tra loro.

La chiave del successo: la perseveranza grazie alla forza interiore

Continuando la riflessione, Leonardo avrebbe poi ripensato alla più grande commissione ottenuta in quella nuova fase della sua vita: un’enorme statua equestre in bronzo in memoria di Francesco Sforza, padre dell’allora duca di Milano. Non avrebbe mai potuto resistere a una sfida del genere. Sarebbe stata creata con delle proporzioni mai viste dai tempi degli antichi romani; inoltre gettare una statua tanto grande in bronzo era un’impresa ingegneristica considerata impossibile al tempo. Leonardo lavorò al progetto per mesi e per metterlo alla prova costruì una replica in creta della statua, che fu esposta nella piazza più grande della città.
Era gigantesca, alta quanto un palazzo.

La folla che si radunò ad ammirarla rimase sbalordita dalla grandezza, dall’atteggiamento impetuoso del cavallo che l’artista era riuscito a catturare, dal suo aspetto terrificante. La parola si sparse per l’intero paese e tutti erano ansiosi di vederla realizzata in bronzo. Per far ciò, Leonardo inventò un tipo di colata completamente nuovo. Invece di spezzare lo stampo per il cavallo in sezioni, avrebbe costruito uno stampo unico (usando una miscela di materiali innovativa di sua invenzione) e avrebbe gettato il cavallo intero, in modo che sembrasse più vero e coeso.

La vita non è lineare: attenzione a non farsi sopraffare dagli eventi

Alcuni mesi dopo, però, scoppiò la guerra e al duca servì tutto il bronzo possibile per l’artiglieria. Alla fine, la statua di creta venne demolita e il cavallo non fu mai costruito. Molti artisti derisero Leonardo: aveva impiegato tanto tempo per trovare la soluzione perfetta, ma gli eventi gli si erano rivoltati contro.

Una volta, anche Michelangelo lo schernì: «Dichiaralo pur tu, che facesti un disegno di un cavallo per gettarlo di bronzo, et non lo potesti gittare, et per vergogna lo lasciasti stare». Leonardo si era abituato a quegli insulti sulla sua lentezza di lavoro, ma in realtà non ebbe rimpianti per quell’esperienza. Aveva avuto la possibilità di mettere alla prova le sue idee su come costruire progetti su larga scala e avrebbe potuto usare quelle conoscenze in altre occasioni. Inoltre, non era il prodotto finale che contava; erano la ricerca e il percorso di creazione che lo entusiasmavano.

Riflettendo su tutte queste vicissitudini, Leonardo avrebbe sicuramente ravvisato la presenza di una forza interiore nascosta dentro di sé. Da bambino, lo aveva accompagnato nelle parti più recondite del paesaggio, dove aveva potuto osservare una varietà di vita spettacolare. Lo aveva spronato a prendere quei fogli di carta dallo studio del padre e a passare ore a disegnarvici. Lo aveva incoraggiato a sperimentare mentre lavorava per Verrocchio. Lo aveva guidato lontano dalle corti di Firenze e dagli ego insicuri diffusi tra i suoi artisti. Lo aveva spinto a raggiungere la massima audacia – le sculture gigantesche, i tentativi di librarsi in volo, la dissezione di centinaia di cadaveri per i suoi studi anatomici – pur di scoprire l’essenza della vita stessa.Ciò che ci circonda ci forma: pillole di antropologia culturale.

Ogni tanto, diamo uno sguardo al percorso, per evitare di formulare giudizi sbagliati su noi stessi

Vista così, tutta la sua esistenza aveva un senso. Era stata una fortuna per lui nascere figlio illegittimo, perché ciò gli aveva permesso di crescere come voleva. Quella carta in casa era già indice del suo destino. Che cosa sarebbe successo se si fosse ribellato a quella forza? Che cosa sarebbe accaduto se, dopo il rifiuto della Cappella Sistina, si fosse intestardito di andare comunque a Roma con gli altri per ingraziarsi il Papa, invece di cercare un suo cammino? Avrebbe potuto farlo. E se si fosse dedicato solo alla pittura per vivere? Se fosse stato come gli altri, che cercavano di finire i loro lavori il prima possibile? Avrebbe avuto successo, ma non sarebbe stato Leonardo da Vinci. La sua vita sarebbe stata priva di uno scopo e le cose sarebbero sicuramente andate in rovina.

La forza nascosta dentro di lui, come quella dell’iris che aveva abbozzato tanti anni prima, lo aveva condotto alla piena fioritura delle sue abilità. Si era affidato alla sua guida fino alla fine e, completato il percorso, poteva morire in pace. Forse, in quel momento, gli tornarono alla mente le parole scritte tanti anni prima nei suoi taccuini: «Siccome una giornata bene spesa dà lieto dormire, così una vita bene usata dà lieto morire».

“Non parlate solo di doti naturali, di talenti innati! Si possono citare grandi uomini di ogni specie, che furono poco dotati. Ma essi acquistarono grandezza, divennero “geni” (come si dice), grazie a qualità della cui mancanza nessuno, che ne sia consapevole, parla volentieri: essi avevano tutti quella diligente serietà di mestiere, che innanzitutto impara a formare perfettamente le parti, e solo in seguito osa comporne un gran tutto; essi spendevano in ciò molto tempo, perché provavano maggior piacere nel far bene il piccolo e il secondario, che non nell’effetto di un insieme abbagliante.»
Friedrich Nietzsche

Condividi:

Altri articoli

Riflessi di potere nell’attuale Riforma Costituzionale

Ci sono momenti nella vita di una democrazia in cui i cittadini non sono semplicemente chiamati a votare. Sono chiamati a scegliere tra due visioni del potere. Tra due idee di giustizia. Tra chi dice di voler riformare il sistema e chi dice di volerlo proteggere – e spesso, guardando da vicino, non si capisce dove finisca l’uno e cominci l’altro. Questo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è uno di quei momenti.

Contattaci