«Chi ha più da proteggere trova sempre meno da rispettare»
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Il dibattito attorno al referendum costituzionale ha raggiunto le vette di uno scontro che molti definiscono apocalittico. Ma la durezza di uno scontro è sempre proporzionale alla posta in gioco. E la posta in gioco, qui, è altissima: eliminare l’effetto correntizio nella magistratura potrebbe rappresentare un terremoto per quelle auto-tutele che le correnti garantiscono ai propri iscritti. Ecco perché il dibattito si è incendiato. Ecco perché le argomentazioni si presentano su posizioni diametralmente opposte. Ed ecco perché assistiamo, da parte di alcuni, a quella progressiva erosione del rigore morale che colpisce chi è disposto a tutto pur di non perdere ciò che conta (v. Gratteri contro il giornale Il Foglio).
Il fronte del NO: l’arte della fuga dal merito
I sostenitori del NO tendono a fuggire dal merito, preferendo disegnare un quadro semplificato di lotta tra il bene e il male. La loro dialettica forza gli effetti negativi della riforma fino all’inverosimile: il rischio di subordinazione della magistratura al potere politico, l’attacco alla Costituzione e all’indipendenza dei giudici, la tesi che la riforma non risolverebbe i veri problemi della giustizia italiana.
Argomentazioni rispettabili, certo. Ma a rigor di logica – e il rigore è l’unica bussola che si può permettersi chi vuol capire davvero – sorge una domanda inevitabile: perché diversi esponenti di spicco, politici e giornalisti, hanno radicalmente cambiato posizione nel giro di pochissimi anni? Perché le stesse parole che oggi usano i sostenitori del Sì erano, fino a ieri, sulla bocca di chi oggi vota NO?
Le inversioni ad U: quando il passato smentisce il presente
L’inversione più eclatante è quella del Partito Democratico: nel 2019 e nel 2022 il programma del PD includeva esplicitamente la separazione delle carriere e l’Alta Corte disciplinare. Poi c’è Matteo Renzi, che nel 2022 aveva firmato i referendum sulla giustizia in nome della lotta alle correnti, e che oggi si astiene con la disinvoltura di chi finge di non ricordare. C’è Giovanni Maria Flick, favorevole alla distinzione delle funzioni pur distinguendola dalla separazione formale delle carriere. E poi, in controtendenza rispetto alle rispettive linee di partito, ci sono Goffredo Bettini e Stefano Ceccanti – tra i fondatori e i volti storici del PD – e Enrico Morando, già viceministro con Renzi: tutti dissidenti, tutti favorevoli al Sì.
Ma le contraddizioni più clamorose riguardano i magistrati e i giornalisti. Tra i primi spiccano Nicola Gratteri, Nino Di Matteo e Giuseppe Santalucia; Marco Travaglio tra i secondi. Questi, nel giro di pochi anni, hanno usato quasi esattamente le stesse parole degli attuali sostenitori del Sì per descrivere il problema: l’urgenza della separazione delle carriere, la necessità del sorteggio per spezzare il potere delle correnti. Solo che, mentre il sistema che denunciavano è rimasto intatto, sono loro a essere cambiati.
Ricercare i motivi di questa metamorfosi sarebbe fare il processo alle intenzioni. Non serve. Basta riusare la logica di partenza, che vale per tutti: più è alto ciò che si ha da perdere, più in basso si è disposti ad andare.
Il fronte del Sì: coerenza e calcolo
Sul fronte del Sì il piano appare più coerente e granitico. A parte i casi più eclatanti del voto trasversale – i democristiani Bruno Tabacci e Pier Ferdinando Casini, e Riccardo Magi di +Europa – i partiti di governo sono compatti a favore della riforma, fosse solo per non smentire se stessi. Ma non è solo questo.
La maggioranza di centrodestra promuove formalmente l’obiettivo di riportare la magistratura negli alvei della terzietà, dichiarando di ottemperare alla volontà della Costituente. E, fatto ancora più emblematico, riprende le argomentazioni a favore della riforma di Giovanni Falcone – martire e simbolo dell’antimafia – e di Giuliano Vassalli: partigiano, medaglia al valor militare per aver contribuito all’evasione di Sandro Pertini da Regina Coeli, e padre del Codice di procedura penale del 1989.
Ma al di là delle posizioni formali, sul piano sostanziale la destra ha da sempre denunciato che la magistratura sarebbe una fazione attiva dei partiti di sinistra. Limitando il peso delle correnti, nutre quindi la legittima aspettativa di moderare quell’influenza. Il risultato atteso è duplice e interconnesso: ridurre il peso della sinistra sulla magistratura, riducendo di conseguenza il peso della magistratura sulla destra. Una posizione legittima, nella competizione politica – a patto che si entri nel merito delle politiche, piuttosto che cercare alleanze tra i poteri dello Stato per vincere uno scontro che si fatica a vincere altrimenti. Su questo, la destra ha gioco facile, facendo leva sui casi Tortora e Palamara e sulle numerose contraddizioni della sinistra.
Il nodo nascosto: il nome del prossimo Presidente della Repubblica
C’è però un aspetto che domina il dibattito nei circoli privati e quasi non esiste in quello pubblico. Un elefante nella stanza che nessuno dei due fronti ha interesse a nominare ad alta voce.
Il nome del prossimo Presidente della Repubblica
La riforma conferisce al Capo dello Stato la presidenza dei due nuovi CSM – quello giudicante e quello requirente – ma gli sottrae la presidenza dell’Alta Corte disciplinare. Il prossimo Presidente sarà eletto dall’attuale Parlamento ed entrerà in carica nel 2029. E il paradosso è che la riforma renderebbe il suo ruolo al tempo stesso più formale e potenzialmente più influente, a seconda di chi siederà al Quirinale. Ecco perché nessuno dei due fronti ha interesse a rendere esplicito questo ragionamento. Ma è nelle assemblee chiuse, nelle conversazioni tra addetti ai lavori, che circola spesso il ritornello: «Ve lo immaginate se La Russa dovesse diventare Capo dello Stato?».
A mio avviso, questo è il vero nodo assorbente. La sinistra, che prima della vittoria della destra nutriva maggiori speranze di governare, vede ora in una vittoria del Sì il rischio di consegnare un potere rafforzato a un Presidente che potrebbe non essere il suo.
La sinistra e l’impasse: un problema di linguaggio e di identità
Nel corso degli ultimi anni, i temi promossi dai partiti di centrosinistra e dal M5S stanno avvicinando l’elettorato moderato alla destra e stanno allontanando i cittadini dal voto. L’immigrazione e la sicurezza, le posizioni in politica estera, la cultura woke, l’assistenzialismo e l’assenza di una proposta economica convincente, la stessa ambiguità sul garantismo: sono tutti temi che erodono consenso. Per non parlare del cosiddetto “campo largo”, un’alleanza che spaventerebbe anche chi avesse la meglio pazienza del mondo.
Nei fatti, la sinistra non perde tanto voti che migrano a destra: perde soprattutto elettori che smettono di votare. Il centrosinistra unito vale il 30%, il centrodestra il 49%. Il paradosso del “campo largo” è che non amplia la base: la consolida su un elettorato già convinto, urbano, progressista, mentre cede le periferie, le classi popolari, i piccoli imprenditori e i delusi – tutti coloro che vedono in Giorgia Meloni una coerenza che non trovano dall’altra parte.
La sinistra, che non ha ancora trovato il linguaggio per uscire da questo impasse, vede in una potenziale vittoria del Sì l’Armageddon per la propria tenuta e sopravvivenza. Non solo e non tanto per la perdita di un alleato forte come la magistratura: ma perché in fondo teme di non avere più gli strumenti narrativi per spiegare una sconfitta ai propri elettori.
Conclusione: un momento di emancipazione mancata
Indipendentemente dalla mia posizione e dal voto che esprimerò, la mia lettura è questa: il voto su questo referendum ha sì un valore politico pro o contro l’attuale governo. Ma nella sostanza rappresenta qualcosa di più grande – e più doloroso. È uno specchio impietoso per una sinistra che ha smesso di parlare di fatti concreti, che ha riempito il proprio spazio argomentativo di temi che alla stragrande maggioranza dei cittadini interessano poco o nulla, e che si ritrova a combattere la battaglia del NO non per convinzione profonda, ma per paura del dopo.



