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COCO CHANEL – La psicologia del genio e la sua leggenda

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Coco Chanel: l’oggetto del desiderio

Dal libro di Robert Greene, Le leggi della natura umana, Baldini e Castoldi, 2023

Nel 1895 l’undicenne Gabrielle Chanel rimase seduta diversi giorni al capezzale della madre e la guardò morire lentamente di tubercolosi all’età di trentatré anni. La vita di Gabrielle era stata dura, ma ora poteva solo peggiorare. Lei e i fratelli erano cresciuti in povertà, facendo la spola dalla casa di un parente all’altra. Il loro padre era un venditore ambulante di merci che odiava qualsiasi tipo di legame o responsabilità e raramente era a casa. La madre, che spesso accompagnava il marito nei suoi viaggi, era l’unica forza rassicurante della loro vita.

Come Gabrielle aveva temuto, pochi giorni dopo la morte della madre, il padre si presentò e depositò Gabrielle e le sue due sorelle in un convento della Francia centrale. Promise di tornare presto a prenderle, ma non lo rividero mai più. Le suore del convento, ospitato in un ex monastero medievale, accoglievano ragazze di ogni tipo, per lo più orfane. Imponevano una rigida disciplina. Tra le cupe mura del monastero, scarsamente decorato, le ragazze avrebbero condotto una vita di austerità e di pratica spirituale. Ognuna di loro aveva solo due abiti da indossare, entrambi uguali e senza forma. I lussi erano proibiti.

L’unica musica era quella suonata in chiesa. Il cibo era eccezionalmente semplice. Nei suoi primi mesi di permanenza, Gabrielle cercò di adattarsi a quel nuovo mondo, ma si sentiva incredibilmente irrequieta. Un giorno, scoprì una serie di romanzi d’amore che, in qualche modo, erano stati introdotti di nascosto nel convento, e presto diventarono la sua salvezza. L’autore era Pierre Decourcelle e presentavano quasi tutti una storia alla Cenerentola, con una ragazza cresciuta in povertà, emarginata edisprezzata, che all’improvviso si ritrova in un mondo di ricchezza attraverso un abile colpo di scena. Gabrielle poteva identificarsi completamente con le protagoniste e, in particolare, amava le infinite descrizioni degli abiti indossati dalle eroine. Il mondo di palazzi e castelli sembrava così lontano da lei, ma nei momenti in cui si lasciava trasportare, romanzo dopo romanzo, si sentiva partecipe della trama, trasmettendole un travolgente desiderio di darle vita, anche se per lei era proibito volere quelle cose e pareva impossibile averle.

All’età di diciotto anni lasciò il convento per un collegio, anch’esso gestito da suore. Lì venne formata per la carriera di sarta. La scuola si trovava in una piccola città ed esplorandola scoprì subito una nuova passione da perseguire: il teatro. Amava tutto ciò che lo riguardava: i costumi, le scenografie, gli artisti truccati. Era un mondo di trasformazioni, dove qualcuno poteva diventare chiunque. Ora tutto ciò che desiderava era diventare un’attrice e farsi un nome nel teatro. Assunse il nome d’arte di Coco e provò di tutto: recitare, cantare e ballare. Aveva molta energia e carisma, ma si rese conto abbastanza rapidamente di non avere il talento per il tipo di successo che desiderava.

Gabrielle Chanel, dopo essersene fatta una ragione, trovò un nuovo sogno

Molte delle attrici che non riuscivano a vivere del proprio Lavoro erano diventate cortigiane, mantenute da amanti facoltosi. Queste donne avevano guardaroba enormi, potevano andare dove volevano e, malgrado fossero evitate dalla buona società, non erano ostacolate da un marito dispotico. Fortuna volle che uno dei giovani che l’aveva apprezzata sul palcoscenico, Etienne Balsan, la invitasse nel suo vicino castello. Aveva ereditato una fortuna di famiglia e viveva una vita di totale ozio. Gabrielle, ora conosciuta da tutti come Coco, accettò l’offerta. Il castello era pieno di cortigiane che andavano e venivano da tutta Europa. Alcune di loro erano famose. Erano tutte belle e mondane. Si trattava di una vita relativamente semplice, incentrata sull’andare a cavallo in campagna e su feste sfarzose la sera. Le differenze di classe erano evidenti. Ogni volta che aristocratici o persone importanti si recavano al castello, le donne come Coco dovevano mangiare con la servitù e levarsi dai piedi.

Non avendo nulla da fare e sentendosi nuovamente irrequieta, iniziò ad analizzare sé stessa e il futuro che l’aspettava. Aveva grandi ambizioni, ma era sempre alla ricercar di qualcosa al di là della sua portata, sognando ogni volta un futuro impossibile. All’inizio erano stati i palazzi nei romanzi sentimentali, poi una vita grandiosa sul palcoscenico, come una nuova Sarah Bernhardt. Ora il suo ultimo sogno era altrettanto assurdo. Le grandi cortigiane erano tutte donne bellissime e voluttuose. Coco assomigliava di più a un ragazzo. Non aveva curve e non era una bellezza classica. Erano più la sua presenza ed energia ad affascinare gli uomini, ma non sarebbe durata.

Voleva sempre quello che avevano le altre persone, immaginando che contenesse un qualche tesoro nascosto. Anche quando si trattava di altre donne e dei loro fidanzanti o mariti, il suo più grande desiderio era quello di rubar loro l’uomo, cosa che aveva fatto in diverse occasioni. Ma tutte le volte che otteneva ciò che voleva, incluso il fidanzato o la vita in un castello, si sentiva inevitabilmente delusa dalla realtà.

Restava un mistero cosa alla fine potesse soddisfarla

Poi un giorno, senza pensare a cosa stesse facendo esattamente, girovagò nella camera da letto di Balsan e rubò alcuni dei suoi vestiti. Cominciò a indossare abiti di sua invenzione: camicie aperte con il colletto e cappotti di tweed di Etienne, abbinati ad alcuni dei suoi abiti, il tutto sormontato da un cappello di paglia da uomo. Indossando gli abiti notò due cose: avvertiva un incredibile senso di libertà abbandonando i corsetti, gli abiti costrittivi e i vezzosi copricapi che portavano le donne. E si rallegrava del nuovo tipo di attenzioni che riceveva.

Le altre cortigiane ora la guardavano con una celata invidia. Erano affascinate da quello stile androgino. Quei nuovi abiti si adattavano bene alla sua figura e nessuno aveva mai visto una donna vestita in quel modo. Balsan stesso ne fu affascinato. La presentò al suo sarto e questi, seguendo le istruzioni di Coco, le confezionò una tenuta da cavallerizzo da ragazzo. Imparò a cavalcare, ma non all’amazzone come le altre donne. Aveva sempre avuto un carattere atletico e, nel giro di pochi mesi, divenne una cavallerizza provetta. Ora la si poteva vedere ovunque nella sua strana tenuta.

Man mano che progrediva con questo nuovo personaggio, le divenne finalmente chiara la natura dei suoi vaghi desideri: ciò che desiderava era il potere e la libertà che gli uomini possedevano, che si riflettevano negli abiti meno costrittivi che indossavano. E sentiva che le altre cortigiane e le donne del castello si identificavano in questo. Era qualcosa che aleggiava nell’aria, un desiderio represso che lei aveva sfruttato. Nel giro di poche settimane, molte cortigiane cominciarono a farle visita nella sua stanza e a provare i cappelli di paglia che lei aveva decorato con nastri e piume. Rispetto ai cappelli elaborati che le donne si dovevano appuntare in testa, questi erano semplici e facili da indossare. Le cortigiane ora giravano per la città con in testa i cappelli di Chanel e ben presto le donne della zona chiesero dove poterli acquistare. Balsan le offrì un suo appartamento a Parigi, dove Coco avrebbe potuto iniziare a produrre molti altri cappelli e magari entrare in affari. Chanel accettò volentieri l’offerta.

Ben presto un altro uomo entrò nella sua vita, un ricco inglese chiamato Arthur Capel, che era entusiasta della novità del suo look e delle sue grandi ambizioni. Divennero amanti. Capel iniziò a mandare le sue amiche aristocratiche nello studio di Coco, e presto i suoi cappelli diventarono l’ultimo grido. Insieme ai cappelli, Chanel cominciò a vendere alcuni abiti disegnati da lei, tutti con lo stesso look androgino che lei stessa aveva indossato, realizzati con il tessuto di jersey più economico ma che sembravano offrire un tipo di libertà di movimento così diverso dagli stili prevalenti. Capel la incoraggiò ad aprire un negozio nella città balneare di Deauville, dove tutti i parigini alla moda trascorrevano l’estate. Si rivelò un’idea perfetta: in quella città relativamente piccola, piena di gente e frequentata dalle donne più eleganti di Francia, Coco poteva fare scalpore.

Sconvolse la gente del posto nuotando nell’oceano: le donne non facevano queste cose e i costumi da bagno per le donne erano quasi inesistenti, così lei ne creò uno con lo stesso tessuto di jersey. Nel giro di poche settimane le donne si recavano al suo negozio chiedendo a gran voce di comprarli. Passeggiava per Deauville indossando i suoi abiti caratteristici: androgini, facili da indossare e sempre leggermente provocanti dato che le avvolgevano il corpo. Era sulla bocca di tutti. Le donne cercavano disperatamente di sapere dove si procurava il suo guardaroba. Lei continuava a improvvisare con abiti da uomo per creare nuovi look. Prese uno dei maglioni di Capel, lo tagliò, aggiunse dei bottoni e creò una versione moderna del cardigan, per le donne. Diventò la moda del momento. Lei stessa si tagliò i capelli corti, sapendo come le si adattavano al viso, e all’improvviso questa divenne la nuova tendenza. Percependo lo slancio, regalò i suoi abiti a donne belle e con un’ottima rete di contatti, tutte con acconciature simili alle sue. Frequentando le feste più ricercate, queste donne, che sembravano dei cloni di Chanel, diffondevano il desiderio di questo nuovo stile ben oltre Deauville, fino alla stessa Parigi.

Chanel negli Anni ’20: il desiderio si diffonde

Nel 1920 era diventata una delle stiliste più importanti al mondo, e la più grande trend setter del suo tempo. I suoi abiti erano arrivati a rappresentare un nuovo tipo di donna: sicura di sé, provocante e leggermente ribelle. Sebbene non fossero cari da realizzare e sempre in tessuto jersey, Coco vendeva alcuni dei suoi vestiti a prezzi molto alti, e le donne ricche erano più che disposte a pagare per condividere la mistica di Chanel. Ma ben presto la sua vecchia irrequietezza si ripresentò: lei voleva qualcos’altro, qualcosa di più grande, un modo più veloce per raggiungere le donne di tutte le classi sociali. Per realizzare questo sogno optò per una strategia molto insolita: avrebbe creato e lanciato il proprio profumo.

All’epoca era inconsueto per una casa di moda commercializzare il proprio profumo, e inaudito dargli così tanta importanza. Ma Chanel aveva un piano. Questo profumo sarebbe stato caratteristico come i suoi vestiti, ma più etereo, letteralmente qualcosa nell’aria che avrebbe emozionato uomini e donne, contagiandoli con il desiderio di possederlo. Per ottenerlo, sarebbe andata nella direzione opposta rispetto a tutti gli altri profumi in commercio, che erano associati a una fragranza naturale, floreale. Al contrario, lei voleva creare qualcosa che non si identificasse con un fiore particolare.

Desiderava che odorasse come «un mazzo di fiori astratti», qualcosa di piacevole ma del tutto nuovo. Più di qualsiasi altro profumo, avrebbe avuto un odore diverso su ogni donna. Andando oltre, decise di dargli un nome molto insolito. I profumi di quel periodo avevano titoli romantici, molto poetici. Al contrario, lei avrebbe dato al profumo il proprio nome, aggiungendo un semplice numero, Chanel N. 5, come se fosse un preparato scientifico. Confezionò il profumo in un’elegante boccetta modernista e aggiunse all’etichetta il suo nuovo logo con le C intrecciate. Non assomigliava a nient’altro in circolazione.

Per lanciare il profumo, optò per una campagna subliminale. Cominciò con lo spruzzare la fragranza ovunque nel suo negozio parigino. Il profumo riempì l’aria. Le donne continuavano a chiedere che cosa fosse e lei faceva finta di niente. Poi infilava flaconi del profumo, senza etichetta, nelle borse delle sue clienti più ricche e con la miglior rete di contatti. Alcune donne iniziarono a parlare di questo strano nuovo profumo, così ipnotico e difficile da decifrare. La notizia di un’altra creazione di Chanel cominciò a diffondersi a macchia d’olio e ben presto le donne si presentarono al suo negozio implorando di acquistare il nuovo profumo, che lei cominciò a collocare in maniera discreta sugli scaffali. Nelle prime settimane, le scorte non furono sufficienti. Non era mai accaduto niente di simile nel settore e la cosa sarebbe proseguita fino a diventare il profumo di maggior successo della Storia, facendole fare fortuna.

La WW2: superare le critiche

Nel corso dei due decenni successivi, la maison Chanel regnò sovrana nel mondo della moda, ma durante la seconda guerra mondiale flirtò con il nazismo, restando a Parigi durante l’occupazione e parteggiando visibilmente con gli occupanti.

Coco aveva chiuso il suo negozio all’inizio della guerra e al termine del conflitto era caduta in disgrazia davanti agli occhi dei francesi per via delle sue simpatie politiche. Consapevole di ciò e forse vergognandosene, fuggì in Svizzera, dove rimase per anni in una sorta di esilio auto-imposto. Nel 1953, tuttavia, avvertì il bisogno non solo di tornare, ma anche di fare qualcosa di più grande. Sebbene avesse ormai settant’anni, era disgustata dalle ultime tendenze della moda, che a suo avviso erano tornate alle vecchie costrizioni e alla pignoleria dell’abbigliamento femminile che lei aveva cercato di distruggere. Forse ciò segnalava anche un ritorno a un ruolo subordinato delle donne. Per Chanel era la sfida definitiva: dopo circa quattordici anni fuori dal mondo degli affari, era ormai ampiamente dimenticata. Nessuno la considerava più una trend setter. Avrebbe dovuto ricominciare quasi completamente daccapo.

La sua prima mossa fu quella di incoraggiare le voci sul suo ritorno, ma non rilasciò interviste. Voleva suscitare le dicerie e fomentare l’eccitazione, ma circondandosi di mistero. La sua nuova sfilata debuttò nel 1954 e un’enorme folla riempì il suo negozio per guardarla, soprattutto per curiosità. Quasi subito si avvertì un senso di delusione. Gli abiti erano per lo più una rivisitazione dei suoi modelli degli anni Trenta con qualche tocco nuovo. Le modelle erano tutte sosia di Chanel e imitavano il suo modo di camminare. Per il pubblico, Chanel sembrava una donna irrimediabilmente bloccata in un passato che non sarebbe mai tornato. Gli abiti parevano superati e la stampa la mise alla gogna, riesumando allo stesso tempo le sue frequentazioni naziste durante la guerra.

Per qualsiasi stilista questo sarebbe stato un colpo devastante, ma lei sembrò non scomporsi granché. Come sempre, aveva un piano e non era una stupida. Aveva deciso, ben prima del debutto parigino, che gli Stati Uniti sarebbero stati l’obiettivo della sua nuova linea di abiti. Le donne americane riflettevano meglio di tutte la sua sensibilità: atletiche, amanti del movimento e delle silhouette senza fronzoli, estremamente pratiche. E avevano soldi da spendere più di chiunque altro al mondo. Come previsto, la nuova linea fece scalpore negli States.

Ben presto i francesi iniziarono a mitigare le loro critiche. Nel giro di un anno dal suo ritorno, si era riaffermata come la più importante stilista al mondo, e la moda tornò a ribadire le forme più semplici e più classiche che lei aveva sempre promosso. Quando Jacqueline Kennedy cominciò a indossare i suoi abiti in numerose apparizioni pubbliche, rappresentò il simbolo più evidente del potere che Chanel aveva recuperato.

La legge dei rendimenti crescenti: l’effetto della pirateria

Nel momento in cui riprese il suo posto al vertice, decise anche di schierarsi a favore di una pratica che si era rivelata profondamente dannosa per l’industria e gli stilisti: la pirateria. Era un grande problema nella moda, in quanto le riproduzioni di modelli celebri apparivano in tutto il mondo dopo una sfilata.

Gli stilisti per questo motivo custodivano con cura i loro segreti e combattevano nei tribunali ogni forma di imitazione. Chanel fece il contrario: alle sue sfilate faceva entrare chiunque e permetteva loro di scattare fotografie. Sapeva che così non avrebbe fatto altro che incoraggiare gli imitatori a creare versioni a basso costo dei suoi abiti, ma era lei a volerlo. Invitava persino le donne facoltose a portare con sé le proprie sarte, che avrebbero fatto degli schizzi dei modelli e poi ne avrebbero creato delle repliche. Più che fare soldi, ciò che più desiderava era diffondere ovunque la sua moda, sentire sé stessa e il suo lavoro come oggetti del desiderio da parte di donne di ogni ceto e paese. Sarebbe stata la vendetta definitiva per la ragazza che era cresciuta ignorata, non amata ed evitata. Avrebbe vestito milioni di donne; il suo look, la traccia da lei lasciata sarebbero stati visti ovunque… come in effetti avvenne qualche anno dopo il suo ritorno sulla scena.

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